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UNO STRANO SOGNO - i racconti - marioroccato.it



Ha deciso di lasciare quel letto insulso; che scenderà a farsi un caffè per ritrovare, se non altro, qualcosa di vero e nelle cose.
Poco dopo, sta già tentando di scrivere di questa veglia nel sonno. Così come fanno gli scrittori, che sfogano la vita nelle parole.






Noi ora, se guardiamo bene e dall'alto, vediamo questo giocatore che sta sfogliando le banconote con le sue mani lunghe, e magari sta sorridendo.
E vediamo che la piazza è immensa e vuota, se non guardiamo alla luce del bar che si proietta in una inclinazione geometrica, sulle piastre del selciato.




Noi ora, se guardiamo bene e dall'alto, vediamo questo giocatore che sta sfogliando le banconote con le sue mani lunghe, e magari sta sorridendo.
E vediamo che la piazza è immensa e vuota, se non guardiamo alla luce del bar che si proietta in una inclinazione geometrica, sulle piastre del selciato.




Quando riapre gli occhi riesce a stupirsi d’essere vivo, ancora.
Nel sogno doveva partire, e stava salutando persone che non conosceva.
Gli davano la mano, e lo guardavano come si guarda qualcuno che andrà lontano.
E c’era qualcosa di triste, nei loro gesti contenuti: una muta compassione.
Una stazione? Sì, forse era una stazione e l’aria era grigia, di piombo pesante.
Nessuno sorrideva – lui se n’era accorto - perché sapevano in qualche modo della gravità,di quel suo andarsene.
Una donna piangeva, ma nascondendosi.




E la luce amica della stessa candela – che non s’era consumata tutta –
ora danza i loro volti, che sono sereni, anche se disegnati da una malinconia.
“Tu sai come mi chiamo, a allora mi conosci”.
Lo aveva detto senza alcuna pretesa, così, come si parla del tempo.




E per molto tempo l’uomo ricorderà di aver respirato,
nel suo breve girarsi di schiena, e sollevarsi sulle punte per spingere una borsa in alto,
qualcosa che forse era il suo profumo; ma forse era un odore,
di lei, qualcosa che ora, nel tempo trascorso ancora gli appare come
una specie di impronta
(ma cosa si può dire, del ricordo? se non la sua ingannevole bizzaria?)


La collega, invece che uscire prende il telefono e scambia poche parole.
“Pronto. C’è il solito caso… Sì… Mandi tu qualcuno?”.
Ludo sembra sollevato per la premura.
“Sì. Però io non attendo, ok? Bene.”
Riappende e sorride all'uomo, e ora sembra più affettuosa, materna quasi.
“Ora ti mandano qualcuno che se ne intende”.
Ludovico ride. “Perché, tu non te ne intendi, di identità?”.
Maria ora ride davvero.
“No Ludovico. Non più! Ciao”.
E si gira veloce, uscendo trasparente dal muro in fondo.




Accadde in un pomeriggio di dicembre.
Mi stava mostrando la sua casa, e si muoveva in una breve danza discreta,
nel suo mezzo sorriso che sembrava distratto.
Un volo d’ape, pensai poi vergognandomene, e senza motivo.
Sapevo che la notte, fuori, avrebbe promesso il grigio lucente di una neve.




Ci sono dei fiori, che la donnetta che se ne prende cura ha messo in plastica, che non si possano sciupare. E vorrebbe allora correre via, e correre verso un fioraio qualsiasi per portare alla madre un grande mazzo, di quelli di primavera che lei dipingeva, nei suoi quadri pasticciati, perché li amava sopra ogni cosa.
E vorrebbe tornare a quella casa che ha appena lasciato nella sua solitudine vuota e gridare per vedere se qualcuno, ancora, potrà affacciarsi. Ma gli scende solo una lacrima, una sola e pesante, che sparge col dorso della mano e forse non vuole che alcuno, lì, se ne possa accorgere davvero.    



Fuori, la notte piena le dice che il mondo di tutti è stato obbligato al sonno. Dormono, per recuperare la forza di vivere le cose del giorno. Per potersi ripetere.
Vorrebbe piangere un po', magari per sentire il proprio piccolo lamento. Ma non può farlo: lui si sveglierebbe e le chiederebbe il motivo.
Lei, allora, dovrebbe dire che niente. Che, magari, lo ama.



Lui lo sa (o forse non lo sa) che dietro quella porta c’è qualcuno che quella scuola
l’ha fatta costruire, e sicuramente è lì seduto alla sua pesante scrivania e ha appese
attorno le tante lettere di chi lo aveva voluto ringraziare per quella sua generosità,
per tutto l’amore che aveva voluto dedicare per il bene dei tanti giovani.
 
Dietro quella porta c’è Dio. E il suo silenzio è lontano.


“Io, sto bene. E tu?”          
P. sta bevendo il suo bicchiere, e vede che la mano che lo regge s’è come annodata nel tempo.
E vorrebbe allora dire che anche lui sta bene ma c’è una fatica e, allora, rimette il bicchiere sulla cerata del tavolo. Infine lo dice, ma sapendo di mentire.
“Io… Anch’io. Grazie.”
Ma appare davvero che quella donna non gli creda affatto, e forse lo sa che a nulla varrebbe per l’uomo fuggire, perché sarebbe la corsa di un vecchio.
Così gli sorride, e piega il collo come a pensare cose lontane.


E nella camera grande fu lei a baciarlo subito, e mostrando una passione che, subito, l’aveva anche turbata.
E fu una notte dove anche il tempo aveva voluto rallentare, anche se non parleremmo certamente di amore,
e forse perché mai fu richiesto. Fu, invece, lo scoprire quella fusione dell’odore dei corpi,
quella che non avvertiamo nell’aria ma s’aggrappa dentro la pelle.


Quell’estate durò poco per i due studenti, perché R. aveva visto una ragazza a un tavolo vicino,
e la ragazza gli aveva anche sorriso; ma R. non aveva risposto, al sorriso.
Solo, ne aveva scritto sul s.uo quaderno, e per una notte intera.
E sul quaderno le parole dicevano di un amore impossibile, e dunque di un dolore immenso.
Così, scusando una stanchezza, avranno lasciato le isole e il loro vento.


Il morto non sa di essere morto, proprio non lo sa.
E ora anche tu che sei morto, amico mio non conosci l’inclinare di questa luce,di questo pomeriggio che è quasi d’estate.
Ti guardo, e sei disumano allora in questa primavera fuori,che si sporge come se nulla fosse.


Oggi (e tu lo vedi) ti sto dunque pensando.
E vorrei abbracciarti, come era quando avevamo
negli occhi l’orizzonte di una richiesta.
Ma ti lascio lì, con le tue pagine che forse sono rilette,
perché forse furono scritte persino da te, che oggi ne sembri avvinta.
Ti penso. E vorrei che tutto finisse.
Che qualcosa, infine, avesse un nome vero.


Loro dormono nel buio.
 
C’è una sveglia che sta suonando. Lei, che si gira subito per fermarla, guarda l’ora ed è incredula. Ma poi ricorda.
 
S’appoggia al cuscino, e i lungi capelli neri la stanno avvolgendo.
 
Si volta a guardare il marito, che sembra non aver udito.
 
Qualche istante.
 
Il silenzio.
 
Poi lei sussurra.



Eppure lui si sta ancora guardando, nello sguardo che dall’alto scende obliquo,
e guarda senza più stupire di nulla.
E ha sentito qualcuno, lì nella casa e accanto al suo letto di morte,
che sta raccontando di una primavera, nella quale sarà proprio lui, finalmente,
a ricevere un importante premio.




La scrittura breve di un amore che forse non è mai esistito,
ma che potrebbe esserci stato da sempre.
Lo scrivere che si riassorbe in un nulla di cose, che potrebbero ben essere ogni cosa vera.




Beve, e quella schiuma gli sembra venire anch'essa da questa pioggia che ormai è dirotta.
Alzarsi? Anche lui entrare? Ma a che scopo? Non è forse questo uno dei tanti temporali che hanno accompagnato i lunghi anni del suo esserci? E c’è dunque, improvvisa, una noia rassegnata, ora che gli scende come il liquido e s’allarga: una pozza che digrada e che, in qualche modo, gli dà l’avvertenza che anche lui ha un cuore che continua a battere, forse, perché altro non saprebbe bene che fare.



Certamente il tempo fu lungo del mio vivere, se lo misuro, e allora tante furono anche queste primavere, e il loro sogno. E poi.       
E poi le estati, col loro volto di metalli infuocati, e dunque mi appare, incredibile, e ancora magari un volto,
uno dei tanti ma che sta parlando muto, perché non c’è aria che sorregga il suono, quando la luce abbaglia.


Dopo, Helga gli era attorno, e gli aveva sorriso come si fa a un amico antichissimo, come si fa a se stessi, a volte.
 
Allora lui le chiese una volta, “Mi ami?”
 
E lei rispose sorridendo, “Certo che ti amo”.
 
Ma lui vide come dell’acqua, sulle labbra di lei un po’ contratte, come un’immagine rallentata.
Uscì allora di casa, e vedendo la neve alta che s’accostava alla porta, chiese del suo cucciolo.
 
Helga lo guardò stupita, forse preoccupata, e lui sentì che una distanza ormai infinita li separava.
 
Finse di scendere in città, per fare qualcosa, ma Helga non lo vide più tornare.


Anche i due amici stavano passeggiando, quel giorno.
E la linea obliqua dell’onda piccola sta ora disegnandosi nel colore del cielo d’autunno.
E stanno fumando appoggiati alla ringhiera. E tacciono.
Ma Paolo alza una mano a indicare un poco lontano, e mostra una barca vecchia,
che sembra la scultura dimenticata da un tempo lungo e che, dunque, nessuno vorrebbe spostare.



Eravamo come pescatori sulla riva del mare: nella sera tranquilla e calda annodavamo la rete
senza sapere il momento di una partenza che ormai credevamo inutile.
Fu come quando Jeanette si sedette accanto a noi sopra le tazze fumanti, e ci disse il suo amore. Il silenzio.
 
Ancora quella voce ci chiamava, dolce, roca e morbida dal fondo. Non ci saremmo svegliati mai.
 
 
Cos’era, Jeanette, la tua bellezza? Cosa scoprimmo dietro essa se non ancora la sua immagine,
la felicità di un andare infinito senza domande?
 
Tutto convergeva. Due linee spezzate ritrovavano l’unità, scivolando sulla superficie.
 


Vorrei risvegliarmi da questo sonno che è evidente, ma non serve neppure sapere che se davvero apro gli occhi, a dirigere la vita, ora, è solo la semplice aria familiare, l’odore consueto di questa casa e della tua presenza, le gambe incrociate, le fodere e le foglie dipinte sui cuscini e i tappeti di lana; forse, ancora più semplice è la notte, fuori, che ci ha chiuso in questa stanza dentro di noi.
Io lo so, che tutto continuerà a muoversi. Come queste tende nell'aria fresca, come il pendolo col suo occhio oscillante.
 
Vorrei dormire; e intanto penso che è davvero reale, forse, questo amore.  Ma sono cose che non  si  possono scrivere.
 


E forse, infine si saranno guardati, i due attraverso la finestra grande, e allora ci sarà stata una donna in piedi, e con un libro chiuso in una mano, e forse con la bocca anche socchiusa, come fa chi vorrebbe dire, ma poi tace.
 
E ci sarà l’uomo che, magari, dirà qualcosa di breve, un nuovo istante della voce.
Eppure, non ci sarà suono in questa voce, perché, ormai, è sceso il buio della notte.
 


La mano ha toccato l’orologio nella tasca.
 
Ma il tempo non gli pesa, e allora si avvicina ancora alla finestra, e vi appoggia la bocca.
 
Molte cose gli si stanno stringendo d’un tratto, e lo avvolgono lasciando
un lento sciogliersi intorno: anche il respiro,
o l’immagine lunga che si va creando sorgendo dal rumore d'acqua cedente, fuori, nei canali.
 


Spesso, lui ripeteva.           
“Ciò che sento, ora, è una nube scura qui, nella testa”, e si indicava la calvizie sino alla nuca.
Poi proseguiva.
 
“Questa notte sarò contento, perché dovrà diradare, questa nuvola, dovrò risolverla e fare piovere”.
 
Sorrideva, e concludeva sempre la frase ridendo con queste parole.     
 “Ogni volta che piove ancora, cresce l'erba più in alto”.


Lei stava rivestendo gli slip, che erano del colore della carne, e io accendevo una sigaretta.
In tutti quegli anni non parlavamo mai nel mischiarsi dei corpi, forse per non disturbare l’emozione. Che pensavamo d’amore.
 
Fu qui che lei disse qualcosa che non compresi, e dunque la guardai sorridendo, come chi voglia scusarsi per non aver capito.
Così lei, nella luce del lampione si guarda in uno specchietto che intanto ha estratto dalla borsa, e si tocca un occhio e mi ripete.
 
“È finita”.


E anche noi, se ci guardiamo bene, avremo una nostra ombra che ci sta accanto, che ci dice che siamo vivi, che, un nostro spazio, lo pretendiamo.
 
E se qualcuno ci chiedesse un seguito, delle nostre immagini scritte e poi gettate, forse non avremo da dire se non un sorriso un poco triste, quello che ci viene davanti a una malinconia, che potrebbe essere il volto stesso, del nostro continuare.
 
 
 
 
 


E dunque c’è un lettino che si affaccia sulla riva, e una sedia aperta su questo mare, che è mosso da un vento teso.
“E tu?”
“Cosa?”
“E tu, ricordi? Anche tu?”
Lei attende, ma poi solo annuisce, e sorride. E l’uomo le sta guardando quei piedi che la donna non ha smesso di guardare e, improvviso ripensa a quel primo giorno, quando l’aveva conosciuta tra altri, e quei piedi nudi nel sandalo alto, scollato, lo avevano scosso in una porzione addormentata.
Ma lei dovrebbe rispondere, eppure solo, ancora annuisce, come a confermare la nostalgia di lui.
E allora sembra di sentirla, ora, la voce lontana del giardino di piante marine, e dunque entrambi lo sanno, di non essere soli.
Ma sono immobili, le ombre proiettate, perché immobili sono le luci di questa casa grande.
“Io…”. Ma piange. E lui allora si solleva, e posa il bicchiere, e sembra attendere. E allora la vecchia compagna ha un sussulto e si sporge, e gli avvicina il capo.
L’uomo l’accarezza, e sa di volerle molto bene.
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