l'esperienza dell'assurdo - mario roccato

Vai ai contenuti

Menu principale:

l'esperienza dell'assurdo


 Il libro tratta inizialmente del nostro individuale rapporto con il reale, sottolineando la centralità assoluta del pensare del singolo come condizione necessaria per l'affermazione dell'esserci di qualsiasi cosa: senza il nostro individuale "pensare le cose del mondo" (che ha preso avvio con la nostra nascita), per ognuno di noi il mondo non ci sarebbe, e con la nostra morte (che sarà la morte del nostro pensiero) il reale tutto precipiterà per noi nel nulla. Stabilita ed elaborata questa centralità del singolo essere pesante, vedremo come la nostra ragione ci conduca a forza al pensiero di un infinito (che, in quanto tale, deve avere la qualità di essere assoluto) e di un nulla finale, assoluto anch'esso. In merito distingueremo tra il nulla relativo delle cose (nel loro costante divenire) e il nulla assoluto individuabile nel nostro assoluto non-esserci stati prima della nascita e dal nostro assoluto non-esserci più dopo la morte. Vedremo che né l'infinito né il nulla assoluto sono concretamente da noi pensabili: la nostra ragione li può e li "deve" ammettere come possibilità logica, ma non è in grado di stabilire i confini pensabili del loro esserci: in questo paradosso scorgeremo la contraddizione razionale estrema del nostro modo di "vedere" il mondo, una contraddizione che mina alla radice l'affidabilità della nostra stessa razionalità: è la nostra ragione a condurci nel cuore dell'assurdità del nostro tentativo di spiegare il senso del reale, ed è la nostra stessa ragione a negarci ogni possibilità di senso, e sarà da questa contraddizione estrema che nasce ciò che diciamo essere l'assurdo.
Ma infine e banalmente osserveremo che, se è la ragione a condurci al dramma della propria, drammatica insufficienza, allora la nostra stessa ragione è assurda nella propria contraddizione estrema, e dunque anche l'assurdo cui essa stessa ci conduce potrebbe essere un frutto erroneo di un'analisi assurda.
Ora, poiché noi non possiamo fare a meno della nostra ragione (che ci guida sin dal primo giorno nell'analisi delle cose del mondo), ma non possiamo neppure e infine fidarci di essa, sarà proprio in questa estrema contraddizione che ravviseremo l'ipotesi di una possibilità assurdamente conoscitiva, o per lo meno di un "infinito superamento" del problema: potremmo smettere di lottare contro l'assurdità della nostra pur affidabile ragione e, invece che contrapporci, lottando senza speranza, alla disperazione del nostro futuro morire potremmo - vivendo - decidere assurdamente di fare esperienza dell'assurdo stesso. Cosa significa tutto ciò? Dovremo considerare che l'esperienza dell'assurdo non è descrivibile se non con un linguaggio assurdo esso stesso, un linguaggio per sempre contraddittorio per quanto comprensibile: non sarà l'irrazionale, ma il continuo scontro-incontro tra l'affidabilità e l'assurdità del razionale stesso nel continuo, assurdo superamento di questa stessa assurdità che diventa una assurda assurdità per tornare ad essere assurda.   
Con un suggerimento: poiché il "modo" più autentico del nostro modo di pensare è la nostra intuizione dell'esserci delle cose, forse nella paradossalità dello stesso intuire può celarsi un'apertura verso un modo diverso di essere dello stesso reale: ancora e sempre, un paradosso, che tuttavia - e come viene descritto nel testo - può indicarci un rapporto con il nostro stesso vivere che va oltre, là dove l'assurdo può diventare la vivibilità di una prospettiva.

Alla termine quasi della trattazione richiamerò l'attenzione su una realtà forse poco osservata, perché sfuggente pur nella sua profondità: tra il piangere del dolore, e il ridere della gioia, abbiamo pur sempre la possibilità di sorridere.

Lo dirò con queste parole:

" Il sorridere è uno stato interiore stranissimo, che si nutre degli estremi che lo circondano (la gioia, la disperazione) e si mantiene incredibilmente in equilibrio tra di essi; si nutre della vita senza precipitarsi nella vita. E’ paradossale, perché è entrambi questi estremi senza essere alcuno di loro, e in questo non ne è neppure la sintesi: non nasce dunque come parto, ma vive di una genesi propria. Se il sorridere fosse d’altra parte la sintesi di gioia e dolore, allora in questa sintesi sarebbe implicita la possibilità di un senso: gioia e dolore troverebbero infatti il perché del proprio esserci, avrebbero uno scopo e un destino; ma gioia e dolore non possono partorire, non sono genitori della vita, ma della vita solo espressione inevitabile.
Il sorridere dunque è uno stato inspiegabile, dove i conti non tornano.   
E’ un modo sospeso di essere, quasi un modo diverso dall’essere".

Il testo è completato da un secondo libro: "appunti per una TEORIA DELLA DISTRAZIONE CREATIVA. In questo secondo libro analizzo il rapporto tra le emozioni e la costruzione dei nostri sistemi conoscitivi razionali.




E' possibile scaricare gratuitamente il testo in PDF
cliccando
qui

 
Torna ai contenuti | Torna al menu